venerdì 10 aprile 2009

Certe cose a cui ti abitui… altre per cui è impossibile

La terra trema. Giorni pericolosi. Tutti rischiano di finire seppelliti. Temo per la mia stessa incolumità: le banalità, una montagna di banalità e spazzatura. Quest’ultima è l’elemento naturale da cui sembrano nascere e rigenerarsi gli sciacalli. Già pronto un nuovo spot in cui una voce ammiccante – ma commossa – lascerà intendere che le macerie sono come la spazzatura: «Possiamo sconfiggere anche questa roba qui». Campania / “munnizza” (quasi)uguale Abruzzo / “macerie”. Comincio a soffocare, soffoco.

In questi giorni mi occupo di letture futuriste (siciliane), quindi di città rase al suolo da martellanti risate metalliche e da forze seduttive e devastatrici che si rianimano (Etna, Scilla, Cariddi, Stromboli) e ribollendo stravolgono, investono, distruggono… e tutti stanno in attesa dell’avvento del nuovo che per darsi una giustificazione ha bisogno di presentarsi con una grande deflagrazione, una catastrofe, fuochi, fuochi d’artificio. Letteratura. In altri giorni mi avrebbero dato un po’ di piacere in più queste pagine sciocchine. Per lo più monellerie. Soffoco… no, sbadiglio.

Quella palla di Quaroni (rospe, Gibellina 1994)

Si contano i morti, anzi ci si prepara alla loro esposizione: oltre una certa soglia anche il dolore diventa tale da non essere più tollerabile. Dopo una certa soglia non si riesce più a tollerare i buoni sentimenti, le parole ispirate, le lamentazioni postume, le promesse ecc. Soffoco. Duecentonovanta vittime… o qualcosa del genere: perché non trecento? Cifra tonda fa più effetto. O forse no? Forse fa più effetto la ruvida nudità di una cifra insensata, frutto di casualità, di inefficienza, di sciatteria. Quando si contano le vittime… i conti non tornano mai. Rifiutare ogni estetica della contemplazione.


L’ultima volta che ho avvertito un terremoto mi ha sorpreso in casa, nel mio letto, nel cuore della notte. La prima cosa che ho sentito è stato Stevenson, poi Shakespeare… l’Amelto, le commedie e via di seguito, fino all’Otello. Solo dopo che l’intero scaffale mi si è riversato addosso ho capito che il mondo fuori dalla mia stanza s’era messo a ruggire. L’esperienza di un terremoto è intima e collettiva. Non sei solo… e non lo sei mai stato tanto. Era il settembre del 2002… e notte dopo notte, anche quando le pareti di casa hanno smesso di ondeggiare ed era quasi certo che quell’esperienza sarebbe diventata un ricordo, nel mio letto continuavo a tremare. A certe cose ti riesci ad abituare, col tempo.

Sempre quella palla di Quaroni (rospe, Gibellina 1994)

Mi ero ripromesso di non trarre ispirazione dalle pagine dei necrologi. Ma questa è l’Italia, e io vivo a Palermo. D’altro canto questi appunti sono nati con lo scopo di effettuare un collaudo ai miei pensieri più disparati. Non vedo il motivo di concedermi censure. Dunque azzardo nuove associazioni. Che cosa viene dopo? Sì, perché dopo ogni catastrofe, dopo ogni scossa, dopo… quando anche la commozione prende a diventare indigesta… insomma dopo, cominciano le vere manifestazioni del genio italico. Una nazione fondata sul lavoro (degli altri, perché noi siamo furbi), sul Totocalcio e sul merchandising. Potrebbe non sembrare, ma anche questa è una questione editoriale.

In Sicilia si usa mettere un titolo nuovo a cose vecchie. Non vorrei essere frainteso: non si tratta di gattopardismo, ma di marketing. Il terremoto più significativo che ricordi in Sicilia non è quello del 1908 (mi perdonino i primatisti messinesi), ma quello tutto simbolico della stagione delle stragi all’inizio degli anni Novanta. Falcone e Borsellino, non i primi, non gli ultimi, ma di sicuro la scossa più forte. Una scossa che fa ribollire per mesi interi condomini che riversano per le strade migliaia di individui che si scoprono capaci di diventare testimoni della loro stessa esistenza, delle loro idee. Belle lenzuola stese per dimostrare come la paura si possa sconfiggere (ma lo smog no). Tutto accade in un tempo che a noi era sembrato lunghissimo e oggi mi sembra essere stato brevissimo: una stagione. La natura rifiorisce in primavera. In Sicilia la primavera è un’illustrazione oleografica per cartoline.

Teatro di rovine (rospe, Poggioreale 1996)

Adesso prendo una pausa. Abruzzo. Terra a me estranea, del tutto estranea, mi domando come mai non abbia avuto nessun contatto con l’Abruzzo fino ad oggi. L’Aquila, la città con un nome che sembra voler sfuggire alle regole dell’atlante di scuola, quasi anche alla comune ortografia: la città di L’Aquila... inutile non suona proprio. Un’eccezione. Tuttavia non sono mai riuscito a provare sufficiente curiosità per avviare un’indagine filologica… che probabilmente svelerebbe soltanto un altro anfratto della mia smisurata ignoranza. Una cosa mi colpisce di questa terra sconosciuta: la determinazione di tutti gli interpellati direttamente dal terremoto a sopravvivere. Non coraggio, ostinazione e orgoglio. Vorrei essere con loro, vorrei essere come loro e non come tanti dei miei privilegiati concittadini, sopravvissuti sì al terremoto del 2002 e alle stragi di mafia, ma soprattutto “indegnamente” sopravvissuti. Esponenti di quella pratica odiosa della retorica che ha visto diventare quotidiano il commercio di reliquie e l’adozione di vedove e orfani di guerra. Soffoco.

Questa è una scuola (rospe, Poggioreale 1996)

Ma mi ero riproposto di non ritornare sull’argomento… nessuno si salva dalla retorica. I miei sono solo pensieri scoordinati, che si presentano in forma di frantumi e che il più delle volte dovrebbero rimanere tali. Forse per la somma di questi motivi eviterò a mia volta di indulgere ulteriormente in un esercizio retorico (e ogni sorta di disinvoltura a questo connessa), quindi lascerò in pace quelle che sono prima di tutto vittime della lotta alla mafia e tratterrò il mio disprezzo per i professionisti del marketing dell’antimafia (anche quando hanno procedimenti pendenti o condanne già in giudicato). Chi vuole ricordare è invitato a uno sforzo di discernimento.

Un’ultima cosa: usanza rivoltante di Palermo è quella di ribattezzare un po’ tutto con i nomi di Borsellino e Falcone. Se non fosse Palermo la cosa potrebbe apparire soltanto ingenua. Ma alla pratica di applicare targhe celebrative… al solo scopo di apparire nelle consuete foto di rito, non riesco proprio ad abituarmi. Ogni volta che mi trovo davanti a qualcosa del genere mi viene da pensare… qualcosa, ma capita sempre meno spesso. Un giorno – magari il 19 di luglio – non saprò più neanche a che cosa dovrei pensare.

Selfportrait in movimento (rospe, Gibellina vecchia, Cretto di Burri 1996 ca)

Mi auguro che il terremoto dell’Abruzzo ci lasci pochi strascichi del genere, qualche celebrazione in meno del solito e soprattutto il desiderio di riflettere sui nostri vizi. Spero che della ricostruzione si occupino direttamente quegli uomini caparbi e dai modi misurati, che piangeranno i loro cari a lungo, ma non rimarranno intrappolati e stritolati nella macchina dello showbiz delle emozioni da seconda serata tv, della morbosa curiosità e della ipocrita compassione. Tutti sentimenti cari all’italico genio… (ovviamente mafia, appaltatori, politici, corruttori e corrotti permettendo). Lo spero. Soffoco. Vado a cambiare aria.

domenica 30 novembre 2008

Roma fiera e invitta

In origine volevo raccontare, con una certa urgenza, le vicissitudini della nostra prima partecipazione alla fiera della piccola e media editoria: una specie di resoconto da gita editoriale fuori porta. Poi ho rimandato e rimandato e adesso siamo alla vigilia del nostro secondo soggiorno romano. Sarà di buon auspicio parlare del precedente?

Da qualche parte devo già aver accennato che di questa esperienza mancano quasi tutte le foto che avrebbero dovuto essere testimonianza di stupori, ingorda curiosità e ignobile pigrizia documentaria. Quelle fotografie (seppur digitali) sono esistite, ma per un tempo limitato. Poi, prima che sbiadissero come ricordi, ci sono – mi sono – state sottratte.

Più libri più liberi, interno della piscina svuotata (2007, rospe, Palazzo dei Congressi, E.U.R., Roma)
È il 2007, siamo all’inizio di dicembre, siamo a Palermo, siamo pronti per il viaggio, abbiamo optato per la soluzione più disagiata: via terra, via autostrada. Le natiche di :duepunti al termine della prima parte dell’avventura avranno preso la forma dei sedili dell’ultima alc-mobyl (ossia, la seconda o terza, macchina che alc ci ha presentato all’indomani di una qualche tragicomica catastrofe: furti, incendi spontanei e dirupamenti). Si tratta di un lungo viaggio di sperimentazione: dobbiamo sperimentare l’impianto stereo. Effettivamente questa sembra essere la principale preoccupazione di alc: testare la resa sonora del nuovissimo impianto. Maniacalmente ha selezionato per settimane musica (musica?) che potesse sollecitare in modo differenziato ed esaustivo l’intera cabina acustica (passeggeri inclusi). Per eccesso di zelo ha deciso che il test dovesse presentare un grado di difficoltà ulteriore. La scelta di ogni CD sarà effettuata in regime di assoluta casualità. Il sistema è apparso subito, a me e gs, più che stocastico “arbitrario” per due diversi motivi: tutti i CD sono uguali d’aspetto (nessuna scritta o altro segno distintivo); tutta la musica l’ha scelta alc. Ad eccezione di alcune concessioni (i Dire Straits, Elio e le storie tese, Greatful Depth e l’ultimo della Morriset) tutta le altre proposte sono a dir poco “integraliste” (tormentate e cerebrali). Musica elettronica finnica, percussioni polinesiane, coretti bulgari ecc. Dopo le prime ore trascorse a stabilire le strategie da fiera ci accorgiamo che il sistema stocastico di alc ha delle pecche: non siamo in grado di riconoscere i CD che abbiamo già ascoltato e continuiamo a incappare di continuo nei coretti bulgari (spaccapalle).

Più libri più liberi, segnali di arianna (2007, rospe, Palazzo dei Congressi, E.U.R., Roma)
Roma (dopo una imprecisata serie di autogrill). Siamo ospiti del nostro amico scrittore romano (il Morini) che c’ha messo a disposizione la sua splendida casetta accessoriata, zona Via Appia antica, a quaranta minuti da tutto. Tra gli accessori c’è anche Sarina, il cane finto husky dagli occhi di ghiaccio che ci guarda con curiosità: avrà fame? L’amico Morini non è ancora ritornato dal suo viaggio intercontinentale in giro tra Messico e Patagonia. Si sarà ricordato di dare istruzioni precise sull’alimentazione di Sarina?

Ma farmi i cazzi miei mai? (2007, rospe, Marino)
Siamo pronti per l’EUR, dobbiamo soltanto entrare in città e per farlo dobbiamo immetterci nel grande raccordo anulare, non sbagliare senso di marcia e uscire al momento giusto. Ovviamente non ci capiamo niente e finiamo a girare e girare. Riattaccano i coretti bulgari.

Più libri più liberi, standing (2007, rospe, Palazzo dei Congressi, E.U.R., Roma)
5 dicembre 2007. EUR, Palazzo dei Congressi. Posteggiare. Siamo pronti per il debutto romano. Scopriamo perché lo stand T-40 è altrimenti detto “la porta dell’inferno”. Siamo al primo piano. Persi tra i meandri di scale che portano al punto di partenza ammiriamo la struttura razionalista che sembra una enorme piscina svuotata e riempita di cartacce e formicolanti omini multicolore. Tutti hanno una tecnica. Tutti sembrano standisti espertissimi. Io ho come la spiacevole impressione di avere dimenticato qualcosa… tipo l’apriscatole. Vada come vada. Inizia l’allestimento.

6 dicembre 2007. Siamo di nuovo sul raccordo anulare. Durante la notte devono avere invertito i cartelli della segnaletica e siamo nella direzione opposta a quella prevista. Roma è moderatamente ostile: ma noi abbiamo i coretti bulgari.

Più libri più liberi, Patrik Ourednik davanti allo stand di :duepunti (2007, rospe, Palazzo dei Congressi, E.U.R., Roma)
La fiera inizia anche per noi. Personalmente sono molto contento della resa dell’allestimento autofotografico: una piccola mostra di stampe che riproducono il nostro piccolo universo visivo di amici, gatti, scartafacci, pesci, citazioni, luoghi cari ecc. Anche i libri sono esposti compostamente su belle pilette irregolari. Siamo pronti, adesso inizia. E alle 10.00 inizia. Si apre “la porta dell’inferno”. Il T-40 è l’ultimo stand in assoluto, quello che confina con lo spazio Scuola. Prima una specie di eccitazione che si avverte nell’aria, poi lo scalpiccio si fa sempre più distinto. Non sono i nostri lettori, non sono gli acquirenti… non sono neanche librai, giornalisti, autori o testimoni di geova. Sono le scolaresche.

Più libri più liberi, T-40 o La porta dell'inferno (2007, rospe, Palazzo dei Congressi, E.U.R., Roma)
Ci tirano un po’ su il morale le nostre simpaticissime vicine di XL: «Dai ragazzi, poi passa, per le sei del pomeriggio i bambini se li portano via con i pullman e restano soltanto i dibattiti degli insegnanti. Dai ragazzi, poi è meglio, fino alle nove ci saranno soltanto due o tre spettacolini per bambini “in borghese”… quelli accompagnati dalla famigliola». «Grazie, non avevamo letto bene il programma… con i bambini in borghese è tutta un’altra storia». Sorrisi. Scopriamo che le due giovani titolari sono sorelle e vengono da Gela, quindi sono consanguinee (tra loro) e conterranee (nostre). Sono proprio simpatici i nostri vicini. Bella forza però: loro sono al T-39, mica al T-40… c’è differenza.

Più libri più liberi, il ventre della piccola e media editoria italiana (2007, rospe, Palazzo dei Congressi, E.U.R., Roma)
Adesso che abbiamo preso confidenza e distribuito un mezzo migliaio di segnalibri (per lo più a lettori sotto il metro e dieci) e una quantità imprecisata di cataloghi, siamo pronti per la perlustrazione vera e propria. A turni diamo avvio alla caccia al Distributore. «Mi raccomando: se vedi un distributore nazionale non lasciartelo scappare… ma non fargli capire che ti interessa» (e altre raccomandazioni demenziali dello stesso tenore).

Più libri più liberi, promenade editoriale (2007, rospe, Palazzo dei Congressi, E.U.R., Roma)
Durante i miei turni solitari dietro il banco comincia a prendere forma una specie di moderna teoria dello sguardo commerciale. Il successo del venditore è questione di sguardi. Una fitta trama di ammiccamenti e finto disinteresse sono il presupposto del successo. Bene fino alla parte teorica, adesso mi concentro su quella pratica. L’unico modo per ottenere l’attenzione del visitatore di fiera è quello di… intrappolarlo con lo sguardo, ossia sottoporlo al fuoco insistito di un raggio traente invisibile, prima ancora che si sia riavuto dal fiatone per i milletrecentosettantasei gradini (un po’ a salire un po’ a scendere) che ha dovuto percorrere per arrivare al primo piano, dove non c’è altro che il vostro raggio traente. Però la mia teoria deve avere qualche pecca. Nel tentativo di attuarla mi viene un gran malditesta e devo riparare nella più assoluta contemplazione della statuaria commessa dello stand di fronte. Mi conforta il pensiero che anche ai Curie non sia andata meglio ai primi esperimenti.

8 dicembre 2007. Siamo in un punto non meglio precisato del grande raccordo anulare: Roma è ben protetta dai barbari. Una fitta pioggia di frecce (della segnaletica) ci disorienta e ci spinge alla fuga. Sbagliamo uscita e appare il Colosseo. O l’hanno spostato o questa mappa è stata stampata a rovescio. Inscatolati nel traffico di un quartiere senza nome i coretti bulgari ci stanno pure bene.

Orami ho smesso di praticare la mia teoria dello sguardo commerciale, i risultati sono stati abbastanza poco soddisfacenti e soprattutto credo che la ragazza dello stand di fronte abbia frainteso la natura scientifica delle mie esercitazioni. Ho notato casualmente che mi indicava più volte parlando con quelli della sicurezza. Questo ai Curie non è mai successo.

La fine del comunismo dopo cena (2007, rospe)
In serata alla libreria Fuori le mura organizziamo il nostro incontro con Patrik Ourednik, Paolo Nori, Andrea Cortellessa e Alessandro Catalano. È una specie di rivalsa contro l’organizzazione che in un primo momento ci aveva illuso di poter avere a disposizione uno spazio alla fiera stessa e poi c’ha detto picche. Noi l’incontro ce lo siamo organizzati ugualmente, e dato il risultato siamo anche più felici così. In un clima rilassato e conviviale siamo una sessantina (la questura non si è sbilanciata ufficialmente ma è comunque pronta a sconfessare le nostre stime). Dopo aver lasciato parlare e punzecchiarsi a vicenda Patrik e i suoi lettori per quasi due ore, finiamo offrendo un buon bicchiere di vino rosso siciliano. Patrik e il vino riscuotono successo in egual misura. Patrik apprezza il nostro vino in misura maggiore rispetto a tutti gli altri intervenuti. Il nostro vino è finito.

Roma vs Ourednik (2007, rospe)
9 dicembre. Abbiamo deciso di provare una nuova strategia. Ritardiamo la partenza. Scopriamo così che cos’è il vero incolonnamento da raccordo anulare romano. La città vive in stato di paralisi permanente, i suoi abitanti restano a casa… a girare intorno sulla tangenziale sono soltanto gli assalitori. La città è sotto assedio. Eppure è proprio vero che questa è la città eterna. Roma non l’hanno fatta mica in un giorno.

L’ultimo giorno in fiera. Decido di scaricare tutte le immagini dalla memoria della mia fotocamera, sulla memoria del disco fisso del piccolo computer di alc. Vado in giro a fare foto a questo e quello, soprattutto fotografo gli amici Iacobelli (Roberto, Gilberto, Gino e Marco), il Pedretti, Andrea Cortellessa, che ci fa infiltrare nella programmazione di Radio Tre, Sergio Bianchi, i nuovi amici di XL, quelli di Cabila, Giorgio Vasta, la mia cuginetta che sta da Minimum fax, e poi il professor Felice Accame (che è venuto a posta a vedere in anteprima il suo volume fresco di tipografia). Ho felicemente sostituito al mio sguardo commerciale quello meno indiscreto, ma meccanico, della mia macchinetta. Sono proprio soddisfatto. Brindiamo con Patrik e Olga.

(E se le cose fossero finite così…)

Circa mezzanotte: Roma. Dopo aver cenato con AC, PO e OS. Tornati alla macchina troviamo una sorpresa. Lo sportello anteriore destro è stato forzato, l’allarme ha suonato per un po’. Qualcuno ha rovistato tra le nostre cose stivate a forza dopo la fine della fiera e ha così deciso di alleggerire il carico del nostro ritorno. Ha portato via una enorme scatola che conteneva centinaia e centinaia di cataloghi, segnalibro e gadget di ogni tipo raccolti scrupolosamente in più copie per motivi futilmente feticistici; ha portato via anche un gonfalone con il nostro logo e un computer. Un vecchio computer portatile che conteneva tutte le mie foto del viaggio. L’impianto stereo? No, quello l’hanno lasciato.

Effrazione (2007, rospe)
10 dicembre 2007. Autostrada, a non più di due ore dalla destinazione finale. Il viaggio di ritorno è stato un po’ più silenzioso di quello dell’andata. Forse perché più stanchi, forse perché troppo presi dal rimuginare sulle cose dette, sui volti nuovi e sulle promesse di un radioso avvenire, ma siamo silenziosi. La alc-mobyl scivola nel silenzio. Nel buio e nel silenzio. Forse perché dei coretti bulgari ne abbiamo le scatole piene.

domenica 16 novembre 2008

Una notte all’opera

Per prima cosa è giorno 9 ottobre 2008. Sono le 10 meno qualcosa. La giornata è iniziata come tutte le altre. No, niente lascia pensare che si tratti di una giornata speciale. Squilla il cellulare, è GiGi. «Ciao. E allora? Cosa mi dici… siete contenti?». «E perché?». «Come? Avete vinto il premio Nobel». «Che cosa?». «Ma sì, Le Clézio ha vinto il premio Nobel per la letteratura».
La mia più cara amica ha il dono di mettere sempre a soqquadro la mia esistenza, è stato così sin dal primo momento. Allestivamo una mostra di disegni d’architettura, eravamo nel gruppo degli studenti semivolontari. Mi si è presentata e dopo cinque minuti di conversazione mi ha detto: «Ecco, vedi sei uno snob». Seguono anni di cose fatte insieme e cose che avremmo dovuto fare insieme. Poi un giorno mi ha informato di voler diventare una redattrice editoriale e dopo se n’è andata a lavorare a Milano… e io ho perso la mia compagna di jogging. Ecc.

Al telefono (2003, rospe)

Sono le 10 e qualcosa. Ci guardiamo per un po’, più che smarriti preoccupati: e adesso che si fa? Non abbiamo avuto bisogno di starci troppo a pensare. Passati altri dieci minuti il telefono dà di matto. La xxxelli, Panoxxx, Il Maxxxno ecc. Fioccano e-mail, sms… dobbiamo rispondere. Fiatiamo, c’è tempo per il resto. No, non c’è tempo. Non c’è tempo per pensare, bisogna fare un punto. Niente punto, il telefono squilla ancora: è Sabrina. Sabrina è il nostro angelo. Siamo percorsi da un brivido: Gs, Alc e io pensiamo a voce alta… “vi immaginate se fosse accaduto prima di passare alla nuova distribuzione?”. Sì, perché da settembre abbiamo una promozione nazionale e un distributore unico per tutta l’Italia. Il calvario della rete colabrodo è finito (è un po’ presto per dire che la gavetta è terminata, ma qualcosa è cambiato). E adesso che si fa? Non ci sono problemi, ce lo spiega Sabrina.

“Te l’aspettavi?”. No, sì, forse. Bho! E pensare che qualche anno fa avevamo creduto che fosse possibile sul serio. S’era fatto il nome di Le Clézio per il Nobel, ma poi niente. E tutti continuavano a ignorare il nostro lavoro, forse non tutti, ma tra pacche sulle spalle e segni di incoraggiamento non potevamo certo nascondere il nostro grande disappunto nel notare come gli ingranaggi di questo enorme tritatutto rispondano a regole a dir poco curiose. Di certo noi non andavamo a caccia di Nobel quando abbiamo deciso di credere ne Il verbale. Eravamo sorpresi dal fatto che un autore così importante all’estero fosse ignorato in Italia. Ma poi neanche troppo sorpresi. La prima edizione italiana (Einaudi) era scomparsa dalla circolazione da quarant’anni e nessuno se ne era più occupato. Soprattutto nessuno si ricordava più di quel giovane autore che con il suo libro d’esordio sembrava dover diventare qualcuno… e che poi, invece, è diventato qualcun altro. Sì, perché Le Clézio, lo sforna bestseller degli anni successivi, non è più il ribelle, riflessivo e provocatore, del suo fulminante esordio. Ha anticipato le contestazioni, le inquietudini, gli sperimentalismi dei primi anni Sessanta, ma infiacchisce rapidamente, si reinventa autore confidenziale, di confidenze autobiografiche e nostalgie da viaggiatore un po’ turista un po’ narciso. E scrive, scrive tanto, e ha successo, tanto successo. D’altro canto l’autore de Il verbale non poteva diventare uno scrittore seriale… ma forse poteva lasciare qualche altra traccia di quella violenza, di quell’inquietudine che avvolge Adam Pollo come in una camicia di contenzione, come in un sudario. Amen.


Schiumante (2004, rospe)

Ma non spetta a me parale di J.-M.G. Le Clézio. Non c’è tempo. A parlarne male ci si mette subito Citati, ma più e peggio chi riporta il suo giudizio che, passando di mano in mano mille volte, diventa lapidario. «Mediocre!». Fa parte del gioco. Non è chiaro chi abbia letto i suoi libri – ed eventualmente quali. Ma è giorno di premi, quindi tutti possono partecipare. Una moneta tre palle, affrettativi: spara-al-nobel solo per oggi. Ecc.

Non c’è tempo, e sono già le 12. Sabrina ci telefona per la centesima volta, i toni si sono fatti preoccupati. «Siamo sotto. Abbiamo bisogno di pensare ad una ristampa». «Bene se ne può parlare... quando?» «Per la prossima settimana». «Quando?». «Per mercoledì». «Cosa?». «Ti passo Claudio». Claudio è il boss. Ha la voce di chi sa che ti convince comunque, la conversazione può durare due ore o cinque minuti, ma alla fine tutti saranno convinti di avere fatto la scelta più giusta, di aver ponderato bene i pro e i contro, di essere stati bravi a tenere la posizione e farci una bella figura… da uomini di mondo, di avere tenuto duro, di essere stati bravi, di... 10.000 copie in ristampa in cinque giorni. Fiato. Riferisco ai compagnetti. Fiatiamo. Beh, in fondo... diecimila?! In tre giorni i libri in allestimento, al quarto nel retro dei furgoni per tutte le destinazioni, al quinto in vetrina. Due parole: cacchio... cacchio.

A spasso sul blu (2002, rospe)

Non è falsa modestia, ma si deve pure iniziare. Tutti hanno avuto una prima volta, anzi la vita di tutti è caratterizzata da un certo numero di prime volte. Questa è la prima volta che ci capita qualcosa del genere. Non è la prima volta che lavoriamo a ritmi folli, non è la prima nottata che si prospetta decisiva per la nostra avventura iniziata una quindicina d’anni fa. Però sono diecimila! Respiriamo, ma non basta allentare il colletto e spalancare le finestre (tra parentesi, nel farlo lo sguardo scivola sui solerti magazzinieri Sellerio che caricano, scaricano, e ricaricano montagne di Monatlabani mille stagioni). Respirare non basta.

Tutti accendono qualcosa, chi sigarette, chi sigari ecc. Nuvole di fumo cariche di pensieri si addensano poco sotto il soffitto. Mi vengono in mente – ma che c’entra? – i fratelli Marx: “c’è un dottore in sala?”. Sono le otto di sera. Nessuno è tornato a casa, nessuno ha avuto il tempo di pensare che esiste qualcosa fuori da questa stanza. Non ricordo esattamente se ho letto quel libro... Il verbale... ma di che parla? Ma chi è sto Le Clézio? Ma chi si ricorda? Sbatto le dita sui tasti del computer e faccio qualcosa che evidentemente è molto importante. Faccio bene il mio lavoro e non so se è esattamente quello che volevo fare. Ma chi sapeva esattamente come sarebbe stato fare l’editore? Però una volta tanto quello che faccio è certamente il lavoro dell’editore. Speriamo che nessuno mi faccia domande in proposito. Bisogna preparare risposte comunque. Sbatto le dita sui tasti in modo da produrre più rumore possibile. Ma non avrai mica dubbi? No, preferirei di no… in questo momento. Sbatto sui tasti. Comincio a sragionare. “Wazz de matter doc?”.


Wazz de mutter doc? (2008, rospe)

22 e trenta. «Pronto, posso ordinare tre pizze?». «E certo, questo facciamo». Splendido! Ho un’illuminazione al telefono con il pizzettaro che sta dietro l’angolo. Che sto facendo? Faccio libri, non sforno premi Nobel. Faccio libri, con altri due soci/amici e una miriade di amici/satellite. Facciamo libri. Altri dicono che li facciamo bene. Altri ancora dicono... no, per il momento non dicono niente d’interssante. «Ma ci metta anche un paio di birrette». E queste ce le beviamo alla salute di Adam Pollo. Dato che siamo ai brindisi uno speciale alla salute di Luigi Tarantino, che ci ha messo sulla pista giusta, e un altro per Francesca Belviso e Silvia Baroni che questa pista l’hanno tradotta in italiano.

È l’una di notte. Tutto bene. […] Sono le tre, cacchio, rifare, rivedere, reimpaginare, controllare, digita, digito, digitiamo. Cacchio, mi piace questo lavoro fatto di fumo e ripensamenti. […] Sono le cinque, domani alle otto si ricomincia, e sarà una corsa ancora per giorni, e il pizzettaro appena alza la cornetta ha già l’ordinazione pronta. «E le birrette?». «E sia: metta, metta». Ma va tutto bene. Possiamo passare alla prossima, perché tanto di prime volte ne abbiamo ancora parecchie che ci aspettano. O forse no? Chi può dirlo. Ma in tanto: collaudo effettuato.


Pupazzetto blu (2004, GS, ph. rospe)

ps. Circa le otto della mattina dopo. Sono sul mio letto, come Snoopy sta sul tetto della sua casetta di legno. Dormo, non dormo, non saprei. Sogno. Sogno che la notizia è ormai stata confermata dai telegiornali: Le Clézio è stato squalificato… per doping. Cacchio… cacchio.


SE VOLETE SAPERNE DI PIÙ:
A Night at the Opera, direct by Sam Wood, with The Marx Bros, Us 1935

venerdì 7 novembre 2008

Sulle zanzare e il grattarsi

Ho dormito malissimo. Esco da una lunga settimana di lavoro, ritmi normali di dodici/diciotto ore, e pochissimo spazio per altro. Questo vuol dire che per giorni non ho seguito un telegiornale, sfogliato un quotidiano, aperto una pagina internet che non riguardasse strettamente le relazioni limitate che intrattengo con il mondo. Così inizia il mio finesettimana e scopro che gli States hanno il loro primo presidente di colore (a dire il vero questo l’avevo intuito) e che noi italiani per una specie di sentimento del ridicolo – sentimento prevalente negli ultimi decenni – siamo riusciti ad anticipare persino Ahmadinejad e le solite beghe sul nucleare. Il nostro presidente del consiglio, scherzosamente, definisce il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America “abbronzato”. Ne seguono polemiche. Imbecilli.

Melanzane: imbecilli! (2008, rospe)

Sfogliando le pagine di un best seller di qualche tempo fa mi sono imbattuto in una cosa del genere: «chi è senza peccato scagli la prima pietra». C’è sempre qualcuno che ti giudica per quello che hai fatto, per quello che hai detto, per quello che non hai detto. Spesso si incappa in entusiasti che desiderando giudicare “qualcuno” ad ogni costo, non hanno di meglio che esercitarsi su di te. Ritengo che sia difficile essere “senza peccato”, ma si può ovviare a questo inconveniente ignorandone le implicazioni e dedicandosi anima e corpo alla scelte dei proiettili. A questa natura appartengono i censori, ma anche buona parte dei polemisti, vincolati per motivi professionali a dar seguito a illazioni e ipotesi peregrine senza più badare alla forma o alla sostanza. Un tempo si sarebbe tirata in ballo la componente ideologica per rivelare la disonestà degli uni e degli altri, oggi si deve ripiegare su un piano un po’ più meschino: il triviale – il trash – tira. Purché si possa tirarla per le lunghe. Imperdonabile è per l’appunto la perdita del senso del ritmo, la perdita di quella sensibilità che anima ogni singolo aforisma di Karl Kraus, sempre sopra le righe, impeccabile, scorretto e definitivo. Essendo venuto meno il vincolo della forma (non è più una necessità), non ci si riesce a sottrarre al bisogno di giudicare “per non essere giudicati”, così l’esercizio polemico non rivela nulla di nuovo e siamo ancora all’ipocrisia biblica dei lapidatori con la trave nell’occhio. C’è sempre qualcuno che ti giudica per quello che hai fatto (Hitler, Mengele, Franco, Stalin, Putin), per quello che hai detto (S.B., Oriana, Calderoli, Marilyn Manson), per quello non hai detto (Veltroni, Pio XII, Licio Gelli, Zidane).

Non amo troppo i blog e i comizi. Ritengo che sia consigliabile disertare sia gli uni che gli altri, ma per i primi può essere una perdita (per i secondi si tratta certamente di una perdita di tempo). Tutte le volte che ho seguito i commenti nei forum ho riscontrato, bene o male, le stesse abitudini e gli stessi vizi. Per puro caso sono finito io stesso dentro ad una di queste agoni virtuali. La cosa di per sé mi ha persino lusingato – come e perché negarlo – ma allo stesso tempo ha rafforzato in me il desiderio di astenermene. Domenico Pinto, mesi fa mi ha proposto di inserire una pagine del mio controblog su Nazione Indiana. A che titolo? Saranno pure fatti suoi? Evidentemente gli era congeniale l’idea di lasciare raccontare alle mie pagine seminascoste il senso di un mestiere fatto di altre cose, cose che non appaiono nei libri stessi né appartengono alla prosopopea degli editoriali e del giornalesimo. Perché abbia scelto quel racconto in particolare è ancora una volta una questione che non mi riguarda personalmente. Lui mi ha chiesto il permesso e io gli ho detto semplicemente «sorprendimi». C’è riuscito, ma hanno fatto di più i commentatori di N.I. che hanno in breve alimentato un vespaio colorito di velate e direttissime accuse, il tutto senza mai specificare il motivo della calorosa e genuina indignazione. Diligentemente ho letto, ho persino precisato, ma alla fine mi sono arreso alla contemplazione del proliferare inarrestabile di autentico livore. Il polemista come il moralista alimenta il sacro fuoco, il furore popolare come è giusto che sia: castigare, castigare. Ma perché gli obbiettivi restano oscuri, inespressi, non completamente espressi? Al termine di una lunga tirata ci si ricorda sul serio quale fosse la causa o la colpa? Ho paura che l’eccesso di libertà – virtuale – di internet faccia spesso dimenticare ai franchi tiratori il bersaglio.

Fuochi fatui, Caltanissetta (2008, rospe)
Poi è morto Funari. E ho dovuto dolorosamente pormi qualche domanda sulla natura dei pazzi, profeti, tribuni. Da Savonarola all’anonimo predicatore dello Speakers Corner londinese, piovono su di noi continue invettive, accuse, minacce ed esortazioni. Alcune hanno lo scopo di essere illuminazioni. Funari non lo voglio giudicare, né assolvere né condannare, però ricorderò sempre i primi coccodrilli apparsi prima che venisse smielata la solita sequela di reportage dalla camera ardente con il popolo della strada in processione. Tanti occhioni lucidi e le solite cose (tra parentesi le stesse che ricordo per le esequie pubbliche di Milosevich e per il cavallo Varenne). I primi a segnalare la dipartita di Gianfranco Funari sono stati gli ipocriti che finalmente hanno potuto pareggiare qualche conto in sospeso. Hanno dovuto fare in fretta. Avversari eunuchi. Ma è la regola del gioco, è la regola della favoletta del vecchio leone e dell’asino. Un modo redditizio di saldare un conto è aspettare che il proprio avversario non possa più ribattere. Amen.

dar fiato ai nostri tromboni (2008, :duepunti)
Non ci sono più le mezze stagioni. E questo vuol dire che le zanzare non vanno in letargo. La cosa mi irrita. Odio darla vinta al mio lato irascibile. Sono naturalmente portato alla rissosità nevrotica del genere di Paperino con la sedia sdraio. Sottrarmi alle polemiche e ai litigi è più una precauzione sanitaria che remissività di carattere. La cosa che più mi fa imbestialire delle polemiche, dei litigi, delle precisazioni infinite, dei dibattiti, dei cialtroni, dei ciarlatani, dei profeti e degli evangelisti è il bisogno di una ricomposizione finale. Arrivare al punto. Ciò che fatalmente non si raggiunge mai. Non amo le polemiche, ma dicono che ne sia un innescatore automatico. Sarà vero. Di certo non ho il dono della concisione e questo non aiuta affatto. Ho sperimentato che i polemisti non amano le repliche, preferiscono ascoltare la propria voce. Io stesso ho un rapporto malsano con la mia voce. Ascoltare le mie ragioni – anche quando so di avere ragione – mi mette tristezza, mi sento avvolgere da una stanchezza infinita. Alimentare incomprensioni e dare fiato alle proprie trombe è terribilmente deprimente… se si è l’unico ad ascoltare.

Spesso sfogo i miei furori polemici con i libri, che non sono mai indifesi, anche quando corrono il serio rischio di sfracellarsi contro il muro scompaginandosi. I libri non sono mai del tutto neutri… sanno ascoltare e mutano di conseguenza, pagina dopo pagina. Litigare con un buon libro (ma è lo stesso con quelli pessimi) è comunque un’esperienza. Resta qualcosa, anche poco. Forse è proprio perché davanti a un libro ti trovi solo, e difendere le tue ragioni non è più una forma di teatrino con tanto di pubblico, non valgono più le regole della rissa. Non puoi schiumare, far roteare gli occhi e additare questo o quello. Ovvero, puoi farlo, ma chi entra nella stanza dove ti trovi con un libro tra le mani ti prederà per uno squinternato, di certo non apprezzerà la tua passione civile. E adesso penso a quel racconto di Kafka, in cui riprendendo la storiella biblica del fedele che prega soltanto per farsi vedere, rivela la fatuità di tutto ciò che rendiamo pubblico per sottrarre noi stessi al silenzio di dio. [tutti liberi di fraintendere Kafka, ovviamente]

Lische (2008, rospe)
È sorprendente e frustrante avere a che fare con chi è già frustrato per qualche sua validissima ragione, e trova nella polemica il rimedio. Non otterrà mai piena soddisfazione da te, anche se gli offri le prove della tua colpevolezza, che appunto gli mancavano. Non otterrai soddisfazione dal farlo dialetticamente in frantumi, né dal seppellirlo con una caustica battuta (magari rubacchiata al vasto repertorio marxiano). Non capirà le tue intenzioni, non coglierà l’umorismo, non apprezzerà lo sforzo e alla fine sparirà anche per te la voglia di riderci su. L’unico modo per attenuare le perdite di fronte a casi del genere è negare, negare che quel tale si stia rivolgendo proprio a te. Negare, negare sempre… prima o poi sparirà. È la strategia che continuo ad applicare al tormento della zanzara notturna: preferisco essere morso, negando la sua presenza, piuttosto che alzarmi nel cuore della notte e armato di spray o ciabatta inseguirne le evoluzioni fino all’alba. Dormo male, mi gratto spesso, ma dormo.

Sulla graticola, Casteldaccia (2008, rospe)
Ricapitolando. Le grandi polemiche si dividono in due tipi: quelle pubbliche, che generalmente non producono alcun risultato (oltre a favorire l’azione della freccia del tempo e del surriscaldamento del globo terrestre: si veda il tribunale di Salem e Giordano Bruno), e quelle di natura privata le cui conseguenze, anche quando sono impercettibili, il più delle volte si rivelano catastrofiche. Le parole (in)appropriate per cui le cose vanno in pezzi. Sottrarsi non è sempre possibile, spesso è il peccato più grave: quello di omissione. Non ci si può sottrarre alle proprie idee, figuriamoci alle altrui. Provo a fare tesoro della lezione di Voltaire, paladino della tolleranza e del diritto di replica contro ogni censura. La tolleranza aiuta, fare esercizio di tolleranza quotidiana aiuta. Dovrebbe aiutare. In tanto dopo aver sentito Capezzone al tg uno spaventoso eritema si diffonde sul 90 % di me e della mia coscienza appena riappacificata con le zanzare. Non mi resta altro che grattarmi.


INAPPROPRIATO MA IN TEMA:

_______Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
______tutta tua visïon fa manifesta;
129 ___e lascia pur grattar dov’è la rogna.
_______Ché se la voce tua sarà molesta
______nel primo gusto, vital nodrimento
132____lascerà poi, quando sarà digesta.

(Il discorso di Cacciaguida: Dante, Paradiso, canto XVII, 127-132)

venerdì 24 ottobre 2008

La missione del libraio

«Sì, la vita è azione. Sì, la vita dà molto da fare, e il maggior daffare è riuscire a fare ciò che dobbiamo fare».

José Ortega y Gasset*



La mia città, è fatta di librerie, di librerie e di librai. Certo, ci sono città in cui le librerie sono molto più numerose, più belle, più presenti, più impegnate, meglio frequentate ecc. Ma resta il fatto che la mia città è fatta di librerie (poche) e di librai (si prende quel che c’è). La loro presenza, e la loro assenza, sono dati caratteriali imprescindibili di questa città, che è “la mia” nel senso più solipsistico che si possa immaginare.

Colei che divana. Sapevo della sua esistenza, non chi fosse lei e cosa fosse quel posto. Era comunque una cosa nuova. In città di cose nuove che non si possono evitare – grazie al cielo – ne capitano poche. Ho evitato finché ho potuto. Nel frattempo continuava a diffondersi tra amici e conoscenti la fama di questa libreria fuori dal comune. Si trattava di una specie di club esclusivo, dove la padrona di casa metteva in scena tutti i pomeriggi una riedizione nostrale dei salotti letterari di proustiana memoria. Per il mio debutto ho atteso l’inevitabile mostra fotografica di un mio amico (ai tempi aspirante fotografo). Effettivamente tutto era come me l’ero aspettato. C’era persino una claque bell’e buona, ragazze sorridenti, ragazzi occhialuti, scrittori da un libro solo, lettori onnivori, specialisti di lingue slave, vecchie glorie e belle speranze. Ho sempre odiato le belle speranze e i loro occhioni luccicanti. Le foto erano appese. Io osservavo il resto, per lo più ispezionavo gli scaffali di legno intagliato. Forse a causa del vino troppo secco e dei salatini imbalsamati ho lasciato che la mia attenzione si spostasse dai lavori di ebanisteria ai libri. Accanto a quelli ovvi ce n’erano degli altri e poi degli altri ancora. Stavano insieme come solo gli ospiti di una biblioteca possono stare. Ho capito cosa fosse quella cosa nuova in città: non si trattava di una libreria, né di un ritrovo di aspiranti, quella era una biblioteca privata che si offriva civettando impertinente allo sguardo di un pubblico occasionale. Non sono diventato un habitué, ma che magnifica cosa fare dell’altro in libreria.

Civetta sul mio scrittoio (2004, rospe)
Mi guardo in giro sempre meno. Ogni tanto mi sveglio dal torpore e mi ritrovo ad annotare cambiamenti e devastazioni. La mia città ormai è davvero fatta quasi soltanto di ricordi, perché i posti a cui mi ero rabbiosamente abituato non esistono più. L’edicola dove compravo «L’Unità», soltanto per collezionare quei libretti di carta pessima che tuttora si deteriorano sui miei scaffali, non esiste più. Un giorno io e GS ci siamo dati un appuntamento proprio davanti all’edicola, esattamente il punto equidistante dalle nostre rispettive abitazioni. Era mattina presto, la scuola era finita, l’università era una specie di nebulosa che mi avvolgeva cinque giorni su sette, e l’edicola non c’era più. Fino alla telefonata della sera prima esisteva: esisteva concretamente. La lezione che ho tratto da questa prima fregatura è che “le cose cambiano / le cose finiscono”. Ci si fa l’abitudine e si conservano i ricordi.


GS si siede su una panchina che non c'è più (2002, rospe)
Colui che non c’è più. Uno dei casi più tristi di lenta – estenuante – sparizione che abbia mai dovuto costatare personalmente, riguarda una vecchissima libreria di Corso V.E. Non si trattava di una libreria di grande pregio o storica o ben fornita o qualcosa, era solamente una libreria vecchia. Lo era già ai tempi della mia prima perlustrazione ed era in avanzato stato di disfacimento. I libri sugli scaffali erano vecchi, intendo nuove edizioni rimaste lì per dieci, venti, trent’anni, senza che nessuno li acquistasse e – cosa assai più singolare – senza che nessuno se li venisse a riprendere. Era un posto dimenticato: quella era la libreria che stava chiudendo. L’amavo. Venivo a far visita al libraio, ovviamente vecchissimo, il più spesso possibile. Si lamentava di continuo della sua sfortuna: non riusciva a liberarsi della merce e del negozio: non ci riusciva. «Solo la morte ci può!». E ha avuto ragione. I suoi libri li rivestiva con cura con fogli di giornale… come si fa con il pesce al mercato. A volte passavo ore a leggere le sopracoperte senza neanche sapere cosa ci stesse dentro.


Scaffali (2007, rospe)
Ad un certo punto – esaurita la prima ondata degli anni Novanta di libri in allegato ai quotidiani – mi sono accorto di essere diventato mio malgrado un frequentatore “atipico” di libreria, praticando una sorta di cauto nomadismo. Per motivi di studio avevo fatto un lungo apprendistato nelle biblioteche cittadine, imparando ad apprezzare il caso e la fatalità come strumenti indispensabili nella scelta delle mie letture. Ma non mi era più sufficiente, la pratica del libro aveva ormai destato un’insaziabile brama di possesso. Con una bagaglio personale da autentico scassapalle bibliotecomane mi avventuravo nelle mie prime esperienze di caccia in un fitto sottobosco popolato da commessi e librai. Questi ultimi si differenziavano dai bibliotecari per diversi motivi, se i primi erano spesso saccenti ma oziosi e facevano di tutto per negarmi l’accesso ai loro tesori, i secondi erano spesso tristi ma solerti nel cercare di rifilarmi l’intero magazzino. Così, Il più delle volte. Se uno di loro mi si accostava premuroso, io immediatamente mi mettevo sulle difensive sciorinando il peggio del mio repertorio. «Sì, ma non quell’edizione, l’altra, quella di Tizio… ecco vede, dovrebbe stare all’incirca là, tra XY e YX. Manca, lo vedo». Mi domando ancora perché non mi abbiamo mai mandato a quel paese. Ovviamente, anche tra i librai esistono le eccezioni.


Ignoto, Segni sulla città (2005, rospe)
Colui che ti trapassa. Cerco un libro e non posso che cercarlo da lui. Devo quindi affrontare una preparazione scrupolosa. Sì, perché se entri nella sua libreria non lo puoi fare impunemente. Qui i libri non si comprano, se ne chiede una specie di adozione… qualcosa di temporaneo, e comunque sai bene che la risposta potrebbe essere negativa. Così ti prepari, ripassi a mezza voce, perché fogliettini non se possono usare: il curatore, l’anno di pubblicazione… e, attenzione al nome della collana, che è un classico scivolare proprio sulle cose più ovvie. Poi però viene il momento e non puoi più prendere tempo. «Caro signore, la scelta sarebbe pure buona, quasi appropriata… ma devo comunque sconsigliarla… non è il caso». Essere bocciati da lui vuol dire solo una cosa: rinunciare. Così aspetto ancora per quel libro (non dirò quale). Forse, magari un giorno, potrò sperare in una seconda possibilità. È un pensiero che condividiamo in molti: forse un giorno saremo pronti.

Confesso di non amare particolarmente le librerie, ho sempre avuto la predilezione per le bancarelle e i negozi scalcinati che rivendono libri di terza mano o scarti ingialliti. La mia biblioteca è un cimitero di scarti, anche se mi piace raccontarla in un altro modo: la mia biblioteca è il posto in cui finiscono tutti quei libri che gli altri non hanno saputo scegliere. Mai stato un buon cliente per i librai, intendo uno di quelli che i libri li comprano sul serio, facendo il loro dovere sino in fondo, quelli che comprano le novità, che leggono le recensioni sui quotidiani e sono sempre sul punto di citare l’ultima classifica, ma si trattengono per pudore. Dio li benedica, i lettori che hanno pudore delle loro virtuose abitudini.

Colui che impila. Ci conoscevamo dai tempi della scuola, ma non mi sarei mai aspettato di vederlo dietro un banco di vendita. L’avevo visto anni prima in versione mezzobusto – un po’ impacciato a dire il vero – a leggere notizie per un tg locale. Me lo sarei immaginato professore, giornalista, impiegato di assicurazioni o persino in tv conduttore di quiz a premi, ma non libraio. Posso dire che dopo averlo visto all’opera non ho più avuto dubbi. C’è chi nasce libraio e chi il libraio lo sa far bene. Lui appartiene di sicuro alla seconda specie, la più rara. Niente fronzoli, niente giochi di prestigio da illusionista, niente chiacchiere, tal volta è quasi brutale: se sei entrato è per comprare, se non sai cosa, non c’è problema, sta lì apposta. È il suo lavoro, lo fa con intelligenza e metodo: sta tutto nei suoi occhi magnetici che ti senti puntati addosso dal momento esatto in cui varchi la soglia. Lui sa. Ti conosce e sa. Ti ha apparecchiato la tavola già da prima, sapeva anche quando saresti entrato. La novità è in pila da trenta accanto alla cassa, ma quel libro che cercavi, quello che sicuramente sarà sfuggito a tutti gli altri… lui l’ha ordinato solo per te, ed ecco la pila da cinque che ti aspettava. Il giorno stesso in cui gli ho consegnato le prime copie dei nostri libri, ne ha vendute tre e io non avevo ancora staccato la bolla d’accompagnamento. Così ho visto in faccia i lettori :duepunti.


Scaffali (2006, rospe)
Una città fatta di librerie è una costruzione mentale, qualcosa che non può riflettersi nella realtà, che vive di equilibri estremamente incerti, incompleta e frammentaria tanto da assomigliarmi. Un disegno sentimentale che confonde i giorni in cui un Amleto (tascabile BUR) ha inaugurato la sezione teatro della mia bibliotechina, con quell’altro in cui ho comprato per la seconda volta lo stesso libro, con il sospetto di averlo già letto e avevo ragione (irresistibili copertine carta da zucchero), oppure con il triste pomeriggio in cui ho visto chiudere la piccolissima Feltrelli dei miei primi romitaggi a scapito della più piccola Feltrelli d’Italia. È difficile disegnare una mappa di una città del genere, mi posso solo limitare a fare un elenco di episodi, di punti d’approdo, di persone e libri. E oggi, nonostante tutto, le librerie in questa città sono un presenza abbastanza stabile, restano in un numero assolutamente sufficiente a garantire uno dei più bassi indici di lettura (ossia di vendite) della nazione. Certo, ne chiudono più di quante se ne aprano, ma ciò non sembra preoccupare nessuno. Altra storia è per i librai: scompaiono e a prendere il loro posto sono impiegati incolore. Ma io non sono particolarmente preoccupato: ho i miei ricordi.



* José Ortega y Gasset, La missione del bibliotecario, Sugarco, Milano 1984 (trad. it. Amparo Lozano Maneiro, Claudio Rocco)