venerdì 7 gennaio 2011

Con una parola

Febbri, aria sbattuta, occhiaie tumefatte e aspetto, nell’insieme, che definirei pandorato. Il fegato all’ingrasso per una decina di giorni – e per una imprecisata somma di cene, pranzi, colazioni, spuntini, assaggini, brindisi e aperitivi – dichiara di non avere nessuna intenzione di aderire al nuovo programma di smaltimenti in tempi ridotti e minaccia sedizioni, ritorsioni, sciopero, serrate selvagge. È la fine: finiscono così le vacanze... e a chi dissente dalla mia ricostruzione, a chi ne ha diversa percezione o si ritiene esente dall’obbligo delle trite lagnanze... il mio compatimento: non siete sinceri. Ma mi manca la parola, e che pure deve esistere, ed esiste certamente.

Mi riprometto tutti gli anni un ingresso per lo meno dignitoso in quello nuovo e che ne segue un’altro che presto (a sbilanciarsi dopo due settimane) verrà incoronato con l’alloro del rimpianto. Tutti gli anni maledico – bonariamente, e più per celia che per autentica invidia – chi ha da raccontarmi delle splendide giornate consacrate al riposo, alle escursioni in montagna, alla famiglia, ai vecchi amici ecc. I racconti, mai incoraggiati né richiesti, iniziano e terminano con le frasi di rito: «m’è costato una bella cifra... ma ne è valsa la pena». E sempre mi dico tra me: mostrate gli scontrini!, tirate fuori le ricevute... non le foto!




Ore spensierate prima di sbaraccare (XIX secolo, qualcuno in qualche posto)

Per restare in tema economico mi sono deciso a imporre un limite al dispendio di parole per il mio resoconto (non richiesto): il mio collaudo per il 2010 deve essere incorniciato da una parola sola. Ma prima devo effettuare rigorosa selezione. L’intero anno passato in una manciata di parole. Non saprei da cosa iniziare e questo è già segno che di molte cose non ho alcuna voglia di lasciarne traccia per iscritto, altre sono private, e altre ancora appartengono alla solita accozzaglia di scorie che tratto per mestiere e con crescente noia. Su tutte le parole lette direi che il primato deve essere assegnato a quelle di Sciascia ritrovato/scoperto/dissigillato, che forse mi aspettavano o che io dovevo attendere tanto a lungo da poterne poi provare una così sorprendente familiarità. Nel giro degli ultimissimi mesi del 2010 mi sono dedicato alla conta dei rivi della sua scrittura topografica: precisa, scabra, addomesticata, rabbiosa, accoltellatrice. Ed è stato come fingersi turista in casa propria: con la macchina fotografica e il naso per aria, ma sapendo già sopra cosa poserai il piede.

Nel mio procedere erratico di lettura in lettura, tra amori, obblighi, divieti e odî feroci ho riservato molto spazio alle lacune. Col tempo, quando se ne colma una, ho sempre il conforto di accorgermi che ne sono spuntate almeno altre dieci, così... spontaneamente. E quasi per caso La scomparsa di Majorana s’è ricongiunta con I fisici di Dürrenmatt, ed è svanita ogni ombra su Camilleri, che non è plagiatore ma annotatore devoto e umilissimo del racalmutese, devozione sorniona e quanto mai acuta in un paese che a forza di celebrare le sue celebrità scomode le dimentica del tutto (destino che Sciascia probabilmente aveva in qualche modo già vagheggiato per sé, anche solo per emulare il suo polemico Borgese o il suo malconcio – ai tempi – Brancati). Ad ogni modo spero che un giorno anche Camilleri possa entrare a far parte del club (e lo dico senza traccia di malevolenza, solo per proteggerlo dal troppo uso, dal troppo sfregamento, ché merita anche lui un posto tra i pochi).


Un posto che si è appena liberato (2010, rospe)

Ma tra tutte le parole di Sciascia non trovo quella giusta: si sottraggono, sorridono lamentando un impegno già preso, un ritardo cronico, un qualcosa che le fa essere sempre inattingibili e pure a portata di mano. Basterebbe sfogliare i giornali. E allora da Racalmuto devo scantonare fino a Misterbianco (e compio un volo pindarico con un solo pieno nel serbatoio). Lì trovo, o meglio, ancora un volta colpevolmente in ritardo scopro, un editore maestoso, ciclopico, vulcanico, da menare a vanto se non fosse pur sempre un concorrente. Il Cav. Stacchia, la cui modestia è pari solo ai propri mezzi, e ardire paragoni con questo o quell’altro del presente panorama delle belle lettere italiane è poco e troppo. Un figura di levatura tale che da scalare occorrerebbe non una vita sola ma una cordata. Pochi titoli ma straripanti, intuitivi oltre i limiti della comprensione di questi anni vili di letture asservite all’intrattenimento e al comodo interesse degli imbonitori delle folle. Insomma, anche qui troppa grazia: una parola sola non ne esce.

Tra gli editori che concludono la mia ricognizione vorrei per lo meno citare gli Abbatross e derivati alla diossina, che smentiscono le paure e le malignità di questo settore sempre in balia delle maldicenze e delle calunnie. Sbagliano e di grosso quei corvacci che gracchiano in modo altisonante che di libri bolliti non se ne sente il bisogno, ne faccio a meno di tutti quei professorini che dati alla mano ripetono fino allo sfinimento che “non si legge più”. E che importa, quando è lampante che i libri nascono per essere scritti e dati alle stampe, mica letti?


Altri uccelli (potrebbe essere presto e ovunque, di non so chi)

E allora di fantasia e coraggio ha bisogno questo mestiere, e il Marra con i suoi strategismi attraverso mirati spot televisivi ci ammonisce e ispira. Il suo motto risuona ormai un po’ dappertutto: “né di destra né di sinistra né di centro”. La sua potrebbe essere la fonte adatta per la mia scelta e anche se tentato non posso chiudere il mio anno andandomi a invischiare in una dolorosa vicenda legale che vede Alfonso Luigi Marra attualmente impegnato nell’immane battaglia contro i suoi detrattori multimediali, che per pura invidia ordiscono di continuo contro di lui sempre più astute macchinazioni. No, questo non posso farlo. Rischierei di essere frainteso.

Allora non mi resta che la carta della denuncia e facendo un po’ il qualunquista potrei unirmi al coro di chi ha provato a ragionare sull’ultima novità governativa dell’anno: sottratte altre risorse all’editoria... Un “Milleproroghe” che ricorda un “Milionedipromesse”, ma quest’ultimo apparteneva alla stagione preelettorale (apertasi, senza mai essersi chiusa, nel 1994) e l’altro è figlio dei giorni nostri, più austeri e coscienziosi anche nel centellinare i nomi da attribuire alle fregature. Ma si tratta ancora una volta di questioni risibili, che non hanno presa su chi vede ovunque il bel tempo che arriva e che non senza logica ne deduce che la nostra (Phynanze) sia una coperta inutilmente lunga che può essere accorciata fino alle corrette dimensioni di un perizoma.



• Si deve chiudere (2010, rospe)

Basta: lo confesso, del 2010 non m’è rimasto altro che il sapore dolciastro di questo sciroppo per la tosse che ho ingurgitato a litri... e che forse adesso comincia pure a fare effetto, per cui la sola parola che vale il mazzo è la seguente: VERGONIA!

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